Sant’Antonio Abate, tra tradizione e fede a Norbello

Sant’Antonio Abate, tra tradizione e fede a Norbello

Chi l’ha detto che l’Epifania tutte le feste si porta via? Sant’Antonio Abate è la comprovata conferma che ci stiamo sbagliando!

A Norbello, ma non solo, proprio con l’Epifania iniziano i preparativi frenetici per festeggiare Sant’Antonio Abate.

Una festa antica che affonda le sue radici nella religione pagana del rito del falò sacrificale di buon auspicio per l’imminente risveglio della natura dal letargo invernale.

Partiamo però da un pò di agiografia…

Come si legge su Santi Beati, Sant’Antonio era un santo eremita che superò le tentazioni nel deserto e il suo esempio è considerato alla base del monachesimo occidentale.

Fu un angelo, infatti, a suggerirgli la base della regola benedettina “Ora et labora” e a indicargli la via per la salvezza.

Ma oggi Sant’Antonio, per le comunità come quella norbellese, è il santo che insieme al maialino e al pastore del pellegrino (a forma di tao) scese nell’Inferno per contendere l’anima di alcuni morti e, mentre il maialino creava scompiglio, lui riuscì a incanalare il fuoco nel bastone e tornare sulla Terra.

Così donò il fuoco all’umanità… e ogni anno il 16 di gennaio, i ragazzi di leva accendono un albero cavo (la “Tuva”) ricordando questo rito.

Ma la festa non si limita al vespro di Sant’Antonio…

no, inizia molti mesi prima,

quando i ragazzi di leva si riuniscono e cercano un “sòtziu” – socio – che aprono in autunno per accogliere gli amici e trascorrere insieme i sabati.

E poi, mentre cercano l’albero cavo adatto a essere bruciato.

E aspettano con ansia il 6 gennaio per recarsi in campagna e sradicare questo grande tronco e portarlo festosi in paese.

Si, un albero cavo che “sradica” i giovani dalla fanciullezza proiettandoli verso l’età adulta.

Ecco perchè “L’Epifania tutte le feste si porta via” anche no!

Perchè il 6 gennaio inizia metaforicamente l’ingresso dei ragazzi nella società.

Da questo momento, inizia la loro frenetica organizzazione che dall’epifania li vede protagonisti.

Il 6 gennaio, tra musica e grida festose, arrivano in paese, a cavalcioni sul tronco cavo, diringendosi verso Piazza San Giovanni.

Qui, sino a non molti anni fa, assumeva un ruolo importante il capoleva, il primo nato dell’anno:

Una volta issato il tronco, era il suo momento, doveva “scalare” la tuva e issare la pandela (una casereccia “bandiera” con scritto l’anno della leva e tutti i partecipanti) che sventolerà austera felice sino al 16.

Ma, torniamo nuovamente al 6 gennaio, con qualche curiosità:

con il passare degli anni, sono cambiate alcune tradizioni. Infatti, un tempo, le donne non salivano a cavalcioni sul tronco, successivamente ci viene permesso solo all’ingresso del paese, e poi, dal 2001 mi pare, una volta issata la tuva nel pianale del trattore, salgono direttamente dalla campagna.

Come si sale sulla tuva? Esclusivamente in ordine di nascita, dal capoleva al più piccolino e insieme esultanti si arriva in piazza.

Ricordo ancora la mia leva, ricordo le grida festose (e l’assenza di voce il giorno dopo), ricordo la felicità e ricordo le persone in piazza che ci aspettavano.

Dal 6 al 16… tutto tace.

O almeno così sembra perchè, in realtà, è un brulichio di attività, tra novene e preparativi della festa, ricerca della legna e tra dolci e degustazioni,

il 16 arriva davvero in un attimo!

Già, il 16 gennaio… il vespro di Sant’Antonio Abate, poco prima della novena – che si celebra nella piccola e accogliente chiesa di San Giovanni – il sacerdote benedisce la legna, benedisce i ragazzi e i presenti, benedisce le piccole fiammelle che timidamente iniziano a crepitare.

La piazza si riempie e il fuoco contribuisce a creare comunità.

per l’occasione, anche se fanno la loro prima comparsa già il 6, la leva entrante e la leva uscente non possono mancare.

C’è chi, l’anno prima, era lì… c’è chi osserva con attenzione perchè l’anno dopo toccherà a loro.

Un tempo, forse, aveva un significato di vero passaggio all’età adulta, oggi è un rito che non vuole disperdersi perchè forse, nel loro intimo, i ragazzi sanno che stanno diventando adulti.

Un rito che un tempo molto lontano, era legato all’auspicio del mondo pagano per una primavera rigogliosa che rinasce dalle ceneri del fuoco.

Ma è un rito che Norbello sente sempre vivo.

E dal 17 gennaio, la leva nuova, diventerà leva uscente, lasciando le redini alla nuova leva.

Un ciclo che non si ferma, che non può fermarsi… e che ogni anno è un appuntamento della nostra piccola comunità.

Nota culinaria:

Qual è il dolce tipico di questo periodo?

A casa, ogni anno, si prepara “sa panischedda“, una sorta di pane di saba, condita con noci, mandorle e noccioline.

Si tratta di un dolce da un gusto molto particolare, aromatizzato con caffè e arancio, decorato secondo il gusto della pasticcera, che richiede pazienza e tanta maestria.

Un sapore tipico della festa di Sant’Antonio, realizzato con la “saba”, è una sorta di concentrato di sciroppo di mosto o di fichi d’india, realizzato dalle massaie già dal mese di settembre/ottobre. Il risultato?

Beh, questo:

Una leccornia!

e dal 17… si può ufficialmente dare inizio al periodo di allegro e più spensierato dell’anno: il Carnevale!

In attesa di raccontarvi il Carnevale di Norbello, vi lascio una gallery su Sant’Antonio Abate:

Ph: Comune di Norbello e Centro Foto Digitale

Autore dell'articolo: damadelg